Breve storia dei bicchieri

Della ricchezza e varietà degli oggetti in vetro, che si trovavano sulle tavole degli antichi romani agiati, vi sono molte testimonianze; un breve elenco può dare un’idea del desiderio di raffinatezza e della ricerca di cose preziose dell’epoca; i recipienti che si utilizzavano per bere erano diversi e tutti avevano un uso specifico: ciati, calici, crateri, patere, cantari o boccali, spesso fatti di legno, scifi, catini, tazze e fiale.

Molti erano d’oro, d’argento e murrini, cioè di murra, altri erano di terracotta e molti ancora in vetro. La murra era una pietra speciale d’origine orientale, opaca e preziosa, con la quale si facevano coppe rare e di valore, tenute in grande considerazione, poiché si riteneva che tale materiale aumentasse la fragranza dei vini.

 

 

Anche con il cristallo di rocca, raro e prezioso, si facevano coppe per bere. Nel cristallo, come ricorda Plinio, si bevevano solo bevande fredde, mentre le coppe di murra erano usate per bevande sia fredde che calde.

A partire dal primo secolo, e per tutta l’epoca romana, si produssero in tutto l’Impero servizi da tavola in vetro soffiato, e le migliori qualità di vetro furono intenzionalmente decolorate, diffondendo il concetto di trasparenza.

Gli artigiani, per sfruttare la capacità di riflettere la luce attraverso le sfaccettature, cominciarono a produrre, soprattutto in Italia, bicchieri e anfore sfaccettati.

Fino al V secolo l’industria del vetro si diffuse e arricchì di nuove tecniche decorative, poi cominciò lentamente a scomparire per via dei nuovi assetti politici ed economici dovuti alla disgregazione dell’Impero. Parte dell’arte vetraria romana fu mantenuta e continuò ad esistere in oriente con lo svilupparsi della cultura bizantina.

Nonostante il declino artistico e culturale che coinvolse l’Europa del medioevo, l’influenza dell’Impero romano non scomparve del tutto.
Nei paesi nordici gli artigiani si ritirarono dalle città e si stabilirono nelle foreste, dando vita a manufatti legati a caratteri regionali, nei paesi meridionali, e in quelli orientali, si continuò a produrre oggetti in vetro, seguendo la tradizione romana.

L’arte vetraria si sviluppò fortemente durante l’Impero romano, soprattutto in quelle aree dove andava diffondendosi la cultura della vite e si formavano grandi centri vinicoli.

Nelle aree del Reno, della Mosella, della Senna e del Rodano, vetrai e viticoltori, che già avevano sostituito la ricchezza dei vetri romani con forme più semplici e pratiche, cominciarono a concentrarsi sulla produzione di bicchieri e bottiglie, anche se il vetro di colore verde, detto “teutonico”, è ricco di scorie e le forme copiano quelle dei manufatti in terracotta. Questo vetro si diffonde in tutta l’Europa del nord fino in Inghilterra, e a sud fino ad una parte della Spagna.

È verso il 1200 che in Italia la produzione del vetro comincia a concentrarsi in alcuni centri come Venezia, dove esisteva una corporazione di mastri “fiolari” o fabbricanti di bottiglie, mentre i vetrai di Altare, paese della Liguria, erano apprezzati all’estero. In questo periodo, oltre alla produzione classica del vetro, bicchieri, contenitori, bottiglie ecc, nascono nuove applicazioni del vetro, spinte dalle necessità della tecnica e della scienza, come alambicchi, lenti di ingrandimento, occhiali, imitazioni di pietre preziose.

Con la caduta del l’Impero romano, si erano perdute anche le raffinatezze della tavola, e sicuramente il bicchiere singolo era una di queste, dato che durante l’impero di Carlomagno non c’era più un bicchiere per ogni commensale, ma si beveva da una coppa comune fatta girare tra gli ospiti.

Nel medioevo, per bere, le persone più importanti, usavano coppe di legno o terracotta o zinco, gli altri bevevano dalla caraffa; con una prescrizione di educazione: non riempire la bocca e cominciare con pulirla con il dorso della mano, inoltre, la norma prevedeva che ognuno vuotasse il proprio bicchiere prima di passarlo al vicino.

La tavola medioevale è povera di oggetti, mancano sia i bicchieri sia le posate singole, il coltello, che per molto tempo resterà l’unica posata, è in comune, e perciò è utilizzato da più commensali. Il bicchiere singolo è un’eccezione e il suo uso non si generalizza fino alla fine del XVI secolo e dove presente, il suo posto è alla destra.

Montaigne mentre attraversa la Germania meridionale nel 1580 racconta:”Ciascuno ha davanti al proprio posto il proprio bicchiere o la tazza d’argento, quello che serve ha cura di riempire il bicchiere non appena è vuoto, senza rimuoverlo dal suo posto, versandovi del vino da lontano con un vaso di stagno o di legno dal lungo becco”.

Ma quasi due secoli più tardi nel 1717, François de Caillers, conferma come il motivo di certi comportamenti avesse ancora il suo significato: “In Germania e nei regni del nord è segno di civiltà e di buona educazione che un principe beva per primo alla salute di colui o di coloro che intrattiene a tavola, e poi di far presentare loro il bicchiere o la ciotola in cui ha bevuto, riempiti del medesimo vino; tra di essi non è affatto mancanza di buona educazione bere al medesimo bicchiere, anzi è segno di franchezza e di amicizia”.

È l’evoluzione del costume e la nascita di nuovi concetti comportamentali ad elevare la “soglia del disgusto” e a condurre all’uso di oggetti singoli sulle tavole. Ed è il banchetto rinascimentale a riscoprire l’individualità di stare a tavola, imitando il simposio classico.
Non più la mensa comune, ma il piatto, le stoviglie, il posto e la sedia ben differenziati.

Nel Rinascimento il miglioramento delle tecniche di produzione e dei materiali consentì la creazione di oggetti di una certa delicatezza e finezza, fatti con vetro trasparente e di qualità.
La ricerca di raffinatezza si riflette anche sugli oggetti della tavola, e tra questi quelli di vetro; sulle tavole rinascimentali il vetro colorato e frantumato in piccoli pezzi era anche utilizzato per creare disegni decorativi.

Sul finire del XV secolo Venezia era diventata il centro vetrario più importante del mondo. L’importanza della produzione del vetro a Venezia è confermata dal riconoscimento del titolo nobiliare ai vetrai di Murano che usufruivano così di una particolare autonomia.

In questo periodo l’arte vetraria non resta indifferente al forte fermento culturale e artistico, e vede grandi artisti e artigiani dedicarsi al vetro e dare vita a nuove forme e a nuove tecniche decorative. In questi anni il Barovier migliorò la tecnica di produzione del “vetro cristallino", e da qui in avanti con il vetro trasparente si cominciarono a produrre coppe da vino, bicchieri, tazze, calici, vassoi, piatti, lampade di grande valore sia artistico che qualitativo.

Sul finire del ‘500 si fa strada l’idea di privilegiare la forma alla decorazione, e comincia una produzione di oggetti di forma elegante anche per quelli detti d’uso comune.
Ed è ancora in questo periodo che si ritiene sia nato a Murano lo specchio, quando gli artigiani applicarono sul retro di lastre vitree l’amalgama di stagno legata al mercurio.

Nel Rinascimento soltanto due altri centri in Italia riescono a competere in qualità con Venezia, Firenze e Altare.
Le fornaci di Firenze e Pisa producevano già i fiaschi con rivestimento in paglia e i vetri ad uso medico e scientifico.

Gli Alteresi portarono le loro conoscenze sulla produzione del vetro in tutta Europa, ma anche i molti vetrai italiani e Veneziani, nonostante i divieti e le pene inferte ai trasgressori, contribuirono a diffondere le tecniche di produzione e decorative delle città di provenienza.

Ne sono testimonianza il “Catalogo dei vetri” dei Colinet, dove sono citati oggetti veneziani come il flûte, o bicchiere a flauto, e la fama raggiunta dai vetrai italiani, grazie alle forme e alla qualità del materiale.

Nonostante questi scambi tra vetrai di vari paesi, alcune zone svilupparono forme autonome che diedero origine al bicchiere conico senza base, il bicchiere a doppia struttura, dove coppa e base sono formati da due coni contrapposti e divisi da un nodo centrale, il grande bicchiere a forma cilindrica e piede a cono chiamato “Pass-glass” e che era passato tra i commensali; il Römer gotico, e ancora il bicchiere tedesco “maigelein” con la superficie ondulata, e il kuttolf o guttrolf, una bottiglia dal collo stretto e imboccatura larga.

Nel XVII secolo con il declino di Venezia anche la produzione del vetro si sposta verso nord, comincia così un interesse verso la produzione di boccali da birra con manufatti che cercano più la praticità che non l’appagamento estetico. Molta attenzione ha in questo periodo l’Humpen che arriva ad essere alto anche 60 cm dalla forma cilindrica e con decorazioni che assecondano i gusti locali.

Tra gli Humpen più conosciuti si trovano il passglass, il hofkellereiglass, più piccolo per contenere una minore quantità di birra, il reichsadlerhumpen, (bicchiere dell’aquila imperiale) e il jugdhumpen (bicchiere del cacciatore) decorato con scene di caccia.

Nella seconda metà del ‘600 in Inghilterra nasce il vetro al piombo, un vetro più pesante di quello veneziano, ma più brillante e morbido, adatto all’intaglio, detto anche cristallo al piombo.
Il vetro al piombo e quello al potassio diedero il via ad una produzione locale importante e prosperosa che vide nel 700 una grande diffusione anche nelle colonie.

Tipici di questo periodo sono la produzione dei posset-pots, particolari bicchieri fatti per bere una bevanda dell’epoca il “posset” fatto con latte caldo, amalgamato con birra, vino o altro e spesso aromatizzato con spezie, usato come rimedio per i raffreddori; altra produzione dell’epoca erano i romer, i tipici bicchieri di origine tedesca in cui si serviva il vino bianco del Reno.

Nel ‘700 l’industria vetraria tedesca ha una grande vantaggio dai miglioramenti fatti al vetro al potassio che in seguito a devitrificazione, cioè attraverso la sostituzione del potassio con dosi sempre maggiori di protossido di piombo, divenne noto in tutto il mondo con il nome di “cristallo” di Boemia. In quel periodo le nuove tendenze del gusto portano ad abbandonare le forme tradizionali tedesche, di cui rimangono solo il romer e l’humpen. Si diffonde la moda del calice che prende il nome di pokal.

Nell’800 forme e tecniche di produzione non variano di molto, le industrie si concentrano nel cercare i metodi per sfruttare al meglio le fonti di energia, e c’è un ritorno del vetro veneziano grazie all’arte della smaltatura.
Alla fine del secolo si arrivò alla realizzazione di opere d’arte notevoli nei laboratori Gallé e Tiffany.

Nel XX secolo il vetro divenne, insieme all’acciaio, il materiale che caratterizzò il periodo del Modernismo, movimento degli anni Venti, che preferiva la funzione allo stile.

È nel XX secolo che il vetro oltre che per i consueti oggetti è largamente utilizzato come materiale nell’edilizia e si arrivò alla scoperta di nuovi materiali come il vetro-ceramica, utilizzato non solo per le antenne delle navicelle spaziali e le finestre, ma anche per gli oggetti da tavola e i forni.

Oggi l’arte del vetro e la tecnologia del vetro in molti paesi sono insegnati a livello universitario e molte sono le mostre e i musei che dedicano spazio all’arte e alla tecnologia del vetro.